Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo ed oggettivo

Il licenziamento del dipendente per giustificato motivo soggettivo ed oggettivo

Secondo le norme vigenti in materia, un motivo di licenziamento del dipendente, per essere valido dev’essere considerato in base a queste due ipotesi:

  • giustificato motivo soggettivo;
  • giustificato motivo oggettivo.

Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo

Il giustificato motivo soggettivo si riferisce ad un comportamento del lavoratore meno grave di quelli relativi al licenziamento per giusta causa. In detta ipotesi il licenziamento si compie concedendo il cd. preavviso alla controparte. Quest’ultimo si rivela essenziale perché consente al lavoratore di prepararsi alle conseguenze del recesso datoriale.

In particolare, durante il periodo di preavviso il lavoratore può continuare a lavorare ed essere retribuito. Ma sia il datore di lavoro che il lavoratore subordinato possono escludere il preavviso. In ipotesi di rinuncia, chi domanda l’immediata risoluzione del rapporto dovrà versare all’altro la cd. indennità sostitutiva del preavviso.

Anche alla luce della copiosa giurisprudenza in materia, possiamo citare alcuni esempi di giustificato motivo soggettivo:

  • negligenza del dipendente;
  • scarse performance sul luogo di lavoro;
  • mancata osservanza degli ordini datoriali;

In estrema sintesi, va altresì rimarcato che il datore di lavoro, laddove licenzi per giustificato motivo soggettivo, deve rispettare una procedura formale ad hoc. Di solito si trasmette una contestazione scritta ben circostanziata, e si concede al lavoratore un termine per rispondere. Di seguito, si può procedere con il licenziamento del dipendente.

Attenzione però: nel caso in cui l’azienda non rispetti l’accennato iter, il rischio concreto è che il licenziamento del dipendente possa essere dichiarato illegittimo (con annessa possibilità per il lavoratore di ottenere un risarcimento).

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo si ha quando ci sono delle ragioni che non dipendono dal lavoratore ma dall’azienda.

I motivi per cui un’azienda licenzia possono riguardare una crisi lavorativa, un taglio del personale, poca produzione, non di quella determinata figura, ecc.

Quindi, in questo caso, il licenziamento è dovuto ad una situazione di difficoltà economica e/o strutturale dell’azienda.

La giurisprudenza in materia ci indica che questo tipo di scelte, pur essendo in linea generale insindacabili dal magistrato, sono comunque sanzionate nei casi pratici in cui il datore di lavoro cela dietro motivi solo in superficie oggettivi, scelte di licenziamento che intendono far fuori lavoratori sgraditi (ad esempio per motivi di incompatibilità caratteriale).

Pertanto, un licenziamento di questo tipo è legittimo se ne viene di fatto soppressa la funzione. Altrimenti, se il datore di lavoro assume un altro lavoratore con lo stesso ruolo si paleserebbe l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Concludendo, una sentenza della Cassazione di qualche anno fa ha dato utili chiarimenti su questa tipologia di licenziamento, stabilendo che è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, anche se non è in gioco una crisi aziendale, in quanto è pur sempre diritto del datore di lavoro di operare una ristrutturazione aziendale per ottimizzare i propri fattori di produzione. In concreto, il licenziamento del dipendente è ammesso anche laddove la mansione affidata al lavoratore non sia più considerata utile.

Secondo la Cassazione (Cass. civ. Sez. lavoro, 12/04/2018, n. 9127: ripescaggio o repechage), l’azienda, deve valutare l’ipotesi di inserire il lavoratore in azienda anche con ruoli di grado inferiore.