Nel proseguire il dialogo sulla diplomazia contemporanea, Alexandra Berdova – pubblicista e professionista della comunicazione – approfondisce insieme all’Avv. Giosy D’Angelo uno dei nodi più delicati del nostro tempo: la crisi del diritto internazionale. Un confronto che intreccia visione storica, riflessione politica e lettura attuale degli equilibri globali, offrendo uno sguardo lucido su un sistema che appare sempre più sotto pressione.
«Viviamo in un tempo in cui le regole sembrano cedere sotto il peso degli eventi».
Questa frase potrebbe descrivere perfettamente la condizione del diritto internazionale oggi: un sistema nato per limitare la forza, garantire la pace e costruire un ordine condiviso, ma che negli ultimi anni appare sempre più fragile.
Le guerre di aggressione, le violazioni dei diritti umani, l’uso strumentale dei trattati e la paralisi di alcune istituzioni multilaterali mostrano una realtà evidente: il diritto internazionale non è in crisi perché è debole, ma perché è stato indebolito.
Lo storico Eric Hobsbawm ricordava che «il mondo moderno è nato dalla rottura degli equilibri», e ciò che osserviamo oggi è proprio una nuova rottura: non più tra imperi o ideologie, ma tra la forza e la norma, tra la potenza e la responsabilità.
A questo punto del confronto, Alexandra Berdova introduce una domanda centrale:
“In un contesto in cui il diritto internazionale appare sempre più fragile, quale ruolo può e deve avere oggi la diplomazia?”
L’Avv. Giosy D’Angelo risponde:
“A mio avviso, in questo scenario la diplomazia non è un lusso né un rituale formale: è una necessità. Quando il diritto vacilla, la diplomazia diventa il luogo in cui gli Stati possono ancora parlarsi, negoziare, contenere i conflitti, evitare che una crisi locale si trasformi in una catastrofe globale.
La diplomazia è, in fondo, l’arte di mantenere aperta una porta anche quando tutti vorrebbero chiuderla.”
Il pensiero del filosofo Immanuel Kant offre una prospettiva che resta straordinariamente attuale. Nel suo progetto per la pace perpetua, Kant scriveva che «la pace non è uno stato naturale: deve essere costruita». Una riflessione che oggi assume un valore ancora più profondo.
La pace non nasce spontaneamente, non si conserva senza cura. Richiede volontà politica, capacità di ascolto, pazienza strategica e, soprattutto, la convinzione che il dialogo – anche il più complesso – sia sempre preferibile alla violenza.
Su questo punto, Alexandra Berdova rilancia il confronto con una seconda riflessione:
“Alla luce di queste criticità, come dovrebbe evolvere la diplomazia per rispondere alle sfide attuali?”
L’Avv. Giosy D’Angelo prosegue:
“A mio avviso, la diplomazia deve compiere un salto di qualità. Non può limitarsi a gestire le crisi: deve prevenirle. Non può essere solo reattiva: deve diventare anticipatrice.
E soprattutto non può rimanere confinata nei palazzi istituzionali: deve coinvolgere società civili, organizzazioni regionali, attori non statali, reti culturali e scientifiche. Solo così può tornare a essere uno strumento efficace di equilibrio e cooperazione.”
In questo scenario, la crisi del diritto internazionale non rappresenta un destino irreversibile, ma un segnale. Un campanello d’allarme che invita a ripensare le modalità attraverso cui gli Stati cooperano e competono.
La diplomazia, in questo contesto, si configura come lo strumento capace di trasformare l’instabilità in opportunità, la tensione in confronto, la frammentazione in possibilità di ricostruzione.
Perché, in ultima analisi, il diritto internazionale continua a vivere solo se qualcuno sceglie di sostenerlo, interpretarlo e difenderlo.
E la diplomazia resta la sua voce, il suo respiro, la sua possibilità di futuro.
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Diplomacy and International Law: Perspectives and Challenges in the Global Context
Continuing the dialogue on contemporary diplomacy, Alexandra Berdova – journalist and communication professional – engages with Attorney Giosy D’Angelo to explore one of the most delicate issues of our time: the crisis of international law. This exchange intertwines historical vision, political reflection, and a current reading of global balances, offering a clear and insightful perspective on a system that appears increasingly under pressure.
“We live in a time in which rules seem to give way under the weight of events.”
This statement could perfectly describe the condition of international law today: a system created to limit the use of force, ensure peace, and build a shared order, yet one that in recent years appears increasingly fragile.
Wars of aggression, violations of human rights, the instrumental use of treaties, and the paralysis of certain multilateral institutions reveal an evident reality: international law is not in crisis because it is weak, but because it has been weakened.
Historian Eric Hobsbawm once noted that “the modern world was born from the breakdown of balances,” and what we are witnessing today is precisely a new rupture: no longer between empires or ideologies, but between force and norm, between power and responsibility.
At this point in the discussion, Alexandra Berdova introduces a central question:
“In a context where international law appears increasingly fragile, what role can and should diplomacy play today?”
Attorney Giosy D’Angelo responds:
“In my view, within this scenario diplomacy is neither a luxury nor a formal ritual: it is a necessity. When law falters, diplomacy becomes the space where States can still engage, negotiate, contain conflicts, and prevent a local crisis from turning into a global catastrophe.
Diplomacy is, ultimately, the art of keeping a door open even when everyone would prefer to close it.”
The thought of philosopher Immanuel Kant offers a perspective that remains extraordinarily relevant. In his project for perpetual peace, Kant wrote that “peace is not a natural state: it must be built.” A reflection that today takes on even deeper meaning.
Peace does not arise spontaneously, nor does it sustain itself without care. It requires political will, the capacity to listen, strategic patience, and above all, the conviction that dialogue—even the most difficult kind—is always preferable to violence.
On this point, Alexandra Berdova further develops the discussion with a second reflection:
“In light of these challenges, how should diplomacy evolve to effectively respond to today’s global issues?”
Attorney Giosy D’Angelo continues:
“In my view, diplomacy must take a qualitative leap forward. It cannot be limited to managing crises; it must prevent them. It cannot remain merely reactive; it must become anticipatory.
Above all, it cannot remain confined within institutional settings: it must engage civil societies, regional organizations, non-state actors, and cultural and scientific networks. Only in this way can it return to being an effective instrument of balance and cooperation.”
In this context, the crisis of international law does not represent an irreversible destiny, but rather a signal. A warning that invites a rethinking of how States cooperate and compete.
Diplomacy, in this framework, emerges as the tool capable of transforming instability into opportunity, tension into dialogue, and fragmentation into the possibility of reconstruction.
Ultimately, international law survives only if there are those willing to support it, interpret it, and defend it.
And diplomacy remains its voice, its breath, and its possibility for the future.
